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giovedì, 02 luglio 2009

(Quatermass II, Gran Bretagna, 1957) di Val Guest con Brian Donlevy, John Longden, Sid James, Bryan Forbes – fantascienza / durata: 85’ / Bn

 

TRAMA: Mentre prepara una nuova missione nello spazio per conto del governo inglese, il professor Quatermass nota che c’è un misterioso intensificarsi nella caduta di meteoriti nella zona di Winnerden Flats.

 

Il professore capisce che non si tratta di normali meteoriti. Marsh, uno dei suoi assistenti, è ferito dalla caduta di una di esse e si ammala misteriosamente. Quatermass vorrebbe capirne di più, ma Marsh è prelevato da guardie armate e portato in una misteriosa fabbrica edificata secondo il progetto della base lunare che lo stesso Quatermass avrebbe voluto costruire.

 

il mistero si fa più fitto: il professore scopre che una creatura aliena vive nella base e possiede la mente già di molte persone.

COMMENTO: Dopo il grande successo commerciale del film “L’astronave atomica del dottor Quatermass” (vedi scheda), il bravissimo regista britannico Val Guest e la casa di produzione Hammer, mettono in cantiere il secondo capitolo, cioè questo “I vampiri dello spazio” che, come il precedente trova sempre la sua origine da un precedente serial televisivo scritto da Nigel Kneale.

 

Squadra che vince non si cambia, e quindi il protagonista ha ancora l’interpretazione davvero molto buona dell’attore Brian Donlevy che, come ho sottolineato per il film precedente, caratterizza il professor Quatermass con un taglio di freddezza e sottile antipatia che lo rendono senz’altro più realistico di quanto non fosse nello sceneggiato televisivo.

 

Tutta la pellicola è percorsa da una sottile e continua inquietudine che riesce a suscitare veri e propri momenti di paura, soprattutto in tutte le fasi che precedono la scoperta della verità. Il clima si è fatto più cupo, rispetto al primo capitolo della saga, più vicino a quel tipo di produzione che poi farà esplodere la mitica casa di produzione inglese a livello internazionale.

 

Questo clima di suspence è sottolineato benissimo anche dalla splendida fotografia realizzata in un bianco e nero freddo, quasi metallico che accentua tutto nei minimi particolari.

 

Anche se, indubbiamente, “I vampiri dello spazio” è in qualche modo debitore de “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel (vedi scheda), riesce comunque a discostarsene in fretta per crescere e avere una propria autonomia narrativa che lo ha fatto certamente diventare una delle pellicole importanti nella Storia del Cinema di Fantascienza. Entra in gioco anche una parte più esplicitamente politica rispetto al precedente (ma anche rispetto al successivo) dove assistiamo al tentativo di trasformare la Terra in un ammasso di uomini e donne senza personalità, non più individui ma massa, tutti asserviti a un unico grande leader che comanda e decide.

 

Questa volta, però, il film non riscuote lo stesso successo di pubblico del primo e questo contribuisce alla decisione della Hammer di proseguire il suo cammino con produzioni decisamente più legate all’horror puro, tant’è vero che le produzioni più fantascientifiche sono davvero sporadiche, anche se quasi sempre degne di nota.

 

Ci vorranno molti anni prima di vedere il terzo capitolo della saga, ma di questo scriveremo in seguito.

 

“I vampiri dello spazio” è un film da vedere e recuperare assolutamente in home video o nei passaggi, purtroppo rari, televisivi.

 

 

Davide Pensalfini

 

 

giovedì, 25 giugno 2009

(Italia, 1956) di Camillo Mastrocinque, con Totò, Peppino De Filippo, Dorian Gray, Teddy Reno, Vittoria Crispo, Mario Castellani, Linda Sini, Nino Manfredi, Emilio Petacci, Edoardo Toniolo, Corrado Annicelli, Rita Rosa – commedia / durata: 118’ / BN

 

 

TRAMA: Antonio, Peppino e Lucia sono tre fratelli che vivono in provincia di Napoli. Il figlio di Lucia vive a Napoli per motivi di studio, e lì conosce Marisa Florian, una ballerina di cabaret di cui s'innamora, ricambiato. Lucia però riceve una lettera da parte di una ragazza respinta da Gianni e invidiosa di Marisa, in cui c'è scritto che suo figlio invece di studiare perde tempo dietro a 'donne di malaffare'. A quel punto i tre fratelli Caponi partono per Milano, dove Gianni ha seguito Marisa in tournèè, con lo scopo di convincere la ragazza a troncare la relazione con il fidanzato...

COMMENTO:  “Na femmina bugiarda m’ha lassato...”

 

Questa è la frase cantata in coro da Totò e Peppino De Filippo in apertura di questo splendido film.

Film nato praticamente per caso, visto che inizialmente il progetto fu pensato come “musicarello”, cioè un film realizzato espressamente per lanciare un cantante nel quale veniva messa insieme una trama alla bell’è meglio e infarcito delle sue canzoni più famose e, normalmente, veniva aggiunto uno o una coppia di attori comici che serviva “da contorno” per ravvivare il film con alcuni simpatici siparietti.

 

Fortunatamente per noi, il progetto cambiò in fase di realizzazione e i protagonisti divennero, appunto, i due famosi attori napoletani. A quel punto non esisteva più una vera e propria sceneggiatura e il regista, Camillo Mastrocinque, ottimo direttore dei film interpretati da Antonio De Curtis (l’altro fu Mario Mattoli), si avvalse della grande capacità dell’attore di improvvisare e, siccome l’altro protagonista rispondeva al nome di Peppino De Filippo, il gioco fu fatto.

 

La canzone “Malafemmina”, che udiamo durante il film cantata da Teddy Reno, fu scritta da De Curtis in un momento particolare della sua vita. la moglie Diana lo aveva lasciato stanca delle sue crisi di gelosia.

A questo punto gli ingredienti ci sono tutti e la pellicola viene realizzata.

E, a cinquantatrè anni di distanza dalla sua uscita nelle sale, è un film che continua a farci ridere a crepapelle. Si tratta di uno dei film più divertenti di tutta la cinematografia italiana insieme a “La banda degli onesti” che lo precede.

 

“Totò, Peppino e la malafemmina” è decisamente diviso in due parti distinte tra loro: la prima è ambientata nel meridione e ci fa conoscere i fratelli Caponi, due contadini che vivono la loro tranquilla esistenza coltivando la terra, allevando bestiame e facendo continui dispetti al loro vicino, il Sig. Mezzacapa, interpretato dal bravissimo Mario Castellani, celeberrima “spalla” di Totò; il nipote, interpretato da un legnosissimo Teddy Reno, studente di medicina a Milano conosce una soubrette, interpretata da una Dorian Gray inespressiva come le bambole gonfiabili che si vendono nei sexy shop, e trascura lo studio per corteggiarla e vivere con lei una storia d’amore.

Questa è la parte centrale, la più debole, la più noiosa, decisamente soporifera ma, fortunatamente, la più breve che è seguita dall’arrivo a Milano dei fratelli Caponi e, nuovamente, il film si scatena in gag esilaranti e continue.

 

Al di là di questo, possiamo notare come la pellicola sia (non so quanto volontariamente) la fotografia del nostro Paese negli anni Cinquanta: il divario sociale, economico e culturale tra il Nord e il Sud è enorme. I meridionali, quasi analfabeti, parlano solo in dialetto mentre gli altri si esprimono solo in italiano; inoltre il Nord e soprattutto Milano è vista come lontanissima (si crede addirittura che per arrivarci si debba affrontare il mare sperando che non sia in tempesta) e sconosciuta (in piazza Duomo, Totò e Peppino chiedono informazioni a un vigile urbano credendolo un generale asburgico: “... noio vulevan savoir l’indiriss... jà”).

La metropoli è vista anche come emblema di modernità e, quindi, di perdizione (le donne sono di “alto bordo”) lontana dai valori morali e sociali del Meridione e dal senso della famiglia, tanto è vero che i Caponi nel messaggio che intendono inviare alla soubrette indicano che il loro nipote “... è studente che studia, che si deve prendere una laura e che deve tenere la testa al solito posto, cioè... sul collo!”.

 

Sconosciuta anche dal punto di vista meteorologico, tant’è vero che all’arrivo alla stazione centrale del capoluogo lombardo, li vediamo scendere dal treno in abbigliamento più adatto alla Siberia che all’Italia, anche se del Nord.

 

Quindi il film si dimostra interessante anche per questi spunti sociali che, se oggi ci fanno sorridere, nel 1956 erano profondamente reali.

 

 

Davide Pensalfini

 

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